
Nome: Stefano
Genovese, fotografo, equilibrista, montanaro, ligure (che non è la stessa cosa che genovese), animale.
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alem75 in Il ritorno del Merco...
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altro dire non so
Una mitragliata di calze e reggipetti appesi al sole, mutande e fazzoletti a far da bandiera, stendiamo! che è "secco" e 'sciuga prima.
Ecco fatto, e il pensiero è compiuto. Millimetrica precisione, festa del pulito, una molletta per uno con lo gniiic gniiic della corda da tirare
Se alzate gli occhi è quel che vi aspetta.

Una via è una direzione da prendere, via lo dice la parola e fìdati una volta tanto.
C'è poco da chiedere, se la imbocchi da qualche parte ti porta e non è detto che sia sempre nel posto sbagliato.
In una via ci arrivi da altre vie, come al solito; nulla di strano sei curioso e la imbocchi. Comunque è un percorso e potresti essere impercettibilmente cambiato alla sua fine.
Se ti piace la preferirai ad altre,oppure ti è solo utile attraversarla, oppure ci abiti o ci lavori o ci compri qualcosa.
Mi sa tanto di analogia.
Ma esiste qualcosa che abbiamo costruito non a nostra immagine? boh?
Mi piace la sottoveste.
Bianca o nera o color carne; mai più usata abitualmente dalle donne da molti anni, un crollo nelle vendite.
Per me da piccolo solo un familiare pezzo di nonna o mamma, che neanche certe cose le sapevo.
Quando più tardi avrei potuto scoprire cosa fosse e dove portasse, nessuna la indossava più, sparita, roba da museo: non potevo sentirne la mancanza non avendola mai avuta a tiro.
Poi certi particolari di film, di fotografie e accurate descrizioni sui libri mi hanno fatto notare la differenza del con e del senza.
La sottoveste tiene nei suoi geni un dispiegamento di erotismo enorme come truppe ben addestrate appena dietro le collinette e pronte a scattare al richiamo giusto.
Dico la sottoveste come normale cosa che si indossi e non come guepiere o culottes da avanspettacolo, è più il come che il cosa.
Usata come pigiama è irresistibile, e frusciarla con le dita è gioco vampiresco che centrifuga il sangue: stare in sottoveste è il pre-nudo più bello, elegante e provocante e poi fa bene alla salute tipo canottiera maschile (inguardabile carta geografica sotto la camicia, impossibile "portarla" bene: mai messa).
Già la parola Sottoveste è evocativo, sotto veste, ultima barriera prima di.
Dentro al letto o su una sedia o per terra, sta tutta in una mano e non si stropiccia mai.
Molte hanno un pizzo leggero che definire innocente è quanto meno ipocrita, tutte si adagiano sul corpo senza mai contenere mentre e seni e mammelle giocano disubbidienti. E mi fermo quì.
Cosa aspettiamo? orsù!
Il dipinto è di TizianoUna spiaggia di pomeriggio di domenica.
Anche se è maggio inoltrato è vuota di gente che invece potrebbe essere quì a godersi nelle vene questi colori e la salsedine di scirocco che ti tapezza i polmoni.
Nuvole su nuvole creano un bank perfetto per fotografare.
100, 200, alla fine quasi 500 scatti per raccontare gli stati d'animo che si sollevano dalla musica.
Come uno spermatozoo solo una sarà per la copertina di questo cd ancora in lavorazione.
Ridiamo e giochiamo sulla spiaggia un pò stravolti dalla stanchezza e dalla consapevolezza che la foto giusta "c'è".
Piccola carovana in movimento.

Ciao Alem spero che non sia scritta troppo in piccolo!


"Non è appropriazione indebita sottrarre questa questa interessante versione della Prezzemolina: fra il 1738 e il 1770, infatti, molte famiglie di coloni genovesi cge i Lomellini, Signori di Pegli, avevano trasferito a metà del Cinquecento nell'isola africana di Tabarca, fra Bona e Biserta, approdarono sulle isole sarde di San Pietro e Sant'Antioco fondando Carloforte e Calasetta conservando ancora oggi dialetto, usi e costumi liguri."
Ciao "cugini"!
Stefano
Tutto è iniziato con una certezza, una di quelle inoppugnabili e solide realtà nelle quali è meglio tenere i sensi aperti.
Io e S ci stavamo lasciando.
Frase breve e già sentita vero?
Comunque era così.
Un pianerottolo dopo i gradini.
Non sto quì a raccontare come sia arrivato il tempo nel quale ciò è successo; ora è il momento del dopo.
Di come quel pomeriggio mi sono trovato in moto in una via poco trafficata a 300 metri dal punto dove ci siamo lasciati anche alla vista, un posto in alto che respirino i polmoni e gli occhi. Lì dove ero ho guardato intorno e ho fatto due fotografie, e non so neanche perchè.
Nella prima c'è un grattacielo con un enorme data luminosa, infatti è il 23; nella seconda un pezzo di muretto rotto.
Così se ce ne fosse bisogno ho un altro punto di riferimento, per uno che va ne cerco altri.
Il fatto è che da quella notte entravo in una nuova casa totalmente disabitata da me, solo scatole e qualche mobile inanimato, presenze pazzescamente vuote come me quel giorno.
E non volevo andarci.
Facevo fatica a decidermi a muovermi, la sera arrivava e io ero in mezzo a una strada in tutti i sensi.
Patetico. Non l'ho pensato in quel momento, lo penso adesso ma fa lo stesso.
Mi sono schiodato dal marciapiede senza sapere di farlo davvero, e ho mosso i primi passi da solo.
Sono entrato e le lampadine attaccate ai fili dal soffitto mi dondolano l'ombra, il freddo di dicembre si mischia al mio e sto impalato senza sapere cosa muovere prima, in quale stanza andare e perchè.
La prima botta la supero con l' anestesia dallo smarrimento di trovarmi fisicamente slacciato da tutto.
Ogni cosa è in uno scatolone, sigillato e chiuso e mi rimanda a bassissima tensione il mio stato uguale.
Ho nausea, voglia di vomitare, bisogno di farlo più che altro.
Sono ancora immobile in mezzo a una stanza grande e qualsiasi e non posso vedere che quei luoghi e quegli oggetti se sono vivi vivranno di nuovo. Dipende da me e non ne ho voglia.
Non sento tristezza, sono disorientato e ributtato come un sacco di immondizie nel mucchio dei suoi simili. Immagine calzante. L'istinto di sopravvivenza non funziona, è rotto; giro ancora per le stanze nuove, senza cena come in castigo, e per pura disorganizzazione vado a dormire nel sacco a pelo buttato sul lettone, le cose chissà dove sono, forse nello stesso posto dove mi trovo ma mi pare puro simbolismo, non aggiunge tragicità alla scena.
La cosa strana è che nella semi oscurità della stanza, io sdraiato al buio con gli occhi aperti e i pensieri in ricreazione, non provo il senso di piccolo o grande smarrimento della prima notte in un letto dalla posizione sconosciuta, come quando andavo a dormre a casa di un amico.
La porta sta a sinistra, bene; la finestra grande a destra, ok, poi l'ombra tenue della lampada nuda e del suo filo e sagome indistinte di scatole, chitarre, vestiti. Tutto a posto.
E' il giorno dopo di pomeriggio che la seconda botta arriva. Entro in casa con spirito incosciente, oggi ho lavorato e pensato meno, invece dopo due movimenti non so più come fare, sono bloccato, asciutto, il cervello sbava, mi siedo in punta al letto e con il telefono in mano mi allago di lacrime perchè "non so cosa fare... non so proprio cosa fare... e..."
E le cose così non si fanno, non c'è verso, subisco.
Poi le cose mi arrivano in soccorso e si fanno trovare, si passano la parola e mi chiamano, quì le maglie lì i bicchieri là un asciugamano, le cose vogliono una forma e un posto e le accontento; quel che è fatto è reso e alla sera le ritrovo dove le ho messe e sento il primo accenno di ritrovabilità ma la nausea è ancora forte, il rifiuto di me potente.
I giorni incastellano.
Quasi ogni sera o mattina, pazientemente scollo un pensiero o un gesto o una frase e la perdo dalle dita, lavoro da fare esclusivamente in casa.
Sono frammenti incollati incrostati come su un domopak nei surgelati da grattare con l'unghia. Ne faccio pezzetti piccoli a ricciolo; quando un'area è pulita la guardo e passo a quella vicina.
In tanti punti dove ho tolto rimane un alone più chiaro, evidenti i segni del grattare.
Non risolvo, gratto.
Non ricordo più quando questa azione è partita in automatico, forse quando ho ricominciato a pensare alla centralità delle azioni e dei pensieri, anzi, prima i pensieri.
C'è sempre una sentinella dritta nella garitta, un piantone. Attento a non dimenticare tutto.
Ma dimenticare non è la parola giusta, no.
La parola è rifare ripensare rigiocare ridisegnare rifotografare. O senza il "ri".
E' che non lo so ancora.
Ho pensieri che si impongono violenti e lo sguardo rivolto ancora alla casa dei gatti.
Anche loro gratto. Anche i capelli e i vestiti e gli odori e i gesti e la pelle.
Gratto e sposto, mi sposto.
Ora sono quì che faccio ancora questa operazione piano piano, pezzetto per pezzetto. Spesso invece vorrei rimetterli tutti al loro posto e mi prende il panico per lo scempio di briciole sul tavolo.
Passo in moto sotto la casa dei gatti e la testa si volta inneffabile a destra, punti interrogativi appesi agli alberi come palline di natale.
Gratto.
C'era un Soldatino sulla Tazza della colazione che faceva la guardia.
Stava attento che il latte fosse fresco e non strabordasse, controllava che i biscotti fossero freschi e che lo zucchero arrivasse in quantità giusta.
Gli avevano dato una bellissima divisa azzurra con due bande bianche, il fucile, la spada e per finire un fiero cappello rosso.
Gli avevano anche consigliato di farsi crescere due bei baffi neri in modo da essere proprio un Soldatino perfetto e lui, che scemo non era, li aveva belli neri.
Un bel giorno, appena terminata la colazione che era il suo momento preferito, notò una ballerina che stava disegnata danzante su una carta bellissima proprio accanto alle mensole e ai mestoli. "Ostia!" - pensò - "Se proprio 'na bella tosa!" e si irrigidì ancor più sull'attenti per fare bella figura.
In effetti la bella ballerina disegnata non potè fare a meno di notarlo "Ma guarda che bel soldatino, proprio dei bei baffetti" - pensò fra una piroetta e un volteggio e si impegnò con maggior grazia nella danza.
Una mattina presto sono entrato a fare colazione prima dell'ora solita e giurerei di aver notato uno spostamento repentino in direzione delle mensole sopra la cucina, vicino ai mestoli. Forse ero ancora assonnato, forse un riflesso del sole sui vetri, forse cose che non mi riguardano.